Dalmazio Ambrosioni: Francis Borghi, pioniere e innovatore tra cinema, radio e televisione*

ATV propone sul proprio blog una serie di articoli apparsi nei precedenti numeri della rivista Verbanus. Vi proponiamo in questo articolo il lavoro di Dalmazio Ambrosioni pubblicato sul numero di Verbanus 37 (2016).

Francis Borghi proprio oggi, 5 dicembre 2016, compirebbe cent’anni. È significativo che in quest’occasione venga ufficializzata dal direttore delle Biblioteche cantonali, Stefano Vassere (al quale va un sentito grazie per la disponibilità e l’attenzione manifestate in questi mesi) e dal capo del Dipartimento Manuele Bertoli, l’acquisizione da parte della Biblioteca Cantonale di Locarno delle carte che ha lasciato: testimonianze utili, necessarie, assieme ad altre, per fare finalmente un po’ di chiarezza almeno in tre direzioni: sull’opera di Francis Borghi (Locarno 1916-Cureglia 2005); su alcune stagioni culturali molto significative per la cultura della Svizzera Italiana, in particolare sul versante cinematografico; sulla qualità di questo apporto, contraddistinto da una convinta apertura in ambito regionale, nazionale e internazionale. Penso che così facendo si renda giustizia alla sua opera culturale, che si è svolta principalmente su tre fronti dell’arte e della comunicazione: cinema, radiofonia, televisione. In tutti e tre i campi Francis Borghi è stato non solo un pioniere, come dicono appunto le cronologie, ma soprattutto un innovatore. Ha sempre portato qualcosa di nuovo, di suo, personale, anche nel metodo.

L’apprendistato a Parigi

Dopo gli studi in lettere ed economia a Lugano e Milano, a vent’anni va a Parigi, non prima di aver fondato a Lugano il Teatro della poesia. Teatro e poesia sono due mondi che l’accompagneranno sempre: il teatro come scena della vita, la poesia come delicato, ispirato filo conduttore.

Dunque va a Parigi: perché e a fare cosa? Il perché è tipico di un ventenne sveglio, intelligente, curioso, preparato. Goliardicamente si definisce «il più intelligente degli straccioni del mondo». È quanto scrive da Parigi a Milano all’amico fin dall’infanzia Virgilio Gilardoni (1) confidandogli la risposta data al padre dell’amica, che poi diverrà sua moglie, il quale gli aveva chiesto, come si usava allora, delle sue condizioni finanziarie. «Gli ho risposto nel tedesco più fiorito di goticismi, che sono il più intelligente degli straccioni del mondo.

Né una parola di più, né una di meno». Ma questa lettera non datata (prob.1937-38), conservata nel fondo Historia Cisalpina all’Archivio cantonale, chiarisce molto anche sullo spirito, sull’impeto con cui il ventenne FB affronta il presente e le prospettive del futuro. «Se tu sapessi come sono impaziente di cominciare questa vita piena di moto, di ardori, di passioni senza fine.

Viaggiare, lavorare, scrivere, interpretare, amare! Amare sopra tutto. In paesaggi ogni volta differenti!». Non è un sogno ma una sorta di dichiarazione d’intenti, una chiara anticipazione del suo modo anche un po’ avventuroso di affrontare la vita e, nello specifico, una prima messa a fuoco di Eve, il film che realizzerà poco dopo, nel 1939, a 23 anni, appunto al ritorno in Ticino da Parigi. Sempre in quella lettera dai toni postfuturisti e un po’ surrealisti, esprime infatti la prospettiva di «Provare il sapore dei baci in riva al mare, o sotto i grattacieli americani o nelle foreste tedesche… Infine non immerdarci sempre nello stesso posto, come poltroni senza sangue!». E poi ancora all’amico locarnese: «Abbracciamoci dunque come si abbracciavano i moschettieri di Dumas. Evviva la rinascita di un’epica deliziosa. Abbasso i diplomatici, i ricchi e tutti i monasteri».

Va a Parigi a fare cosa? Negli anni dal 1936 al ’38, ha «modo di studiare e conoscere a fondo quel mondo cinematografico», come dichiara nell’intervista a Illustrazione Ticinese del settembre 1938. Soprattutto a Parigi «ebbi la fortuna di incontrare uomini di valore, che mi incoraggiarono. Per esempio Jean Choux, il celebre regista svizzero», che gli promise una parte importante nel film Paix sur le Rhin dove però non recitò «per la scelta di debuttare come autore e, in ogni caso, interpretare parti scelte e concepite da me stesso». A Parigi oltre a Jean Choux frequenta gli ambienti culturali e i set de tournage di Abel Gance, di Marcel L’Herbier, di Jeff Musso, protagonisti in assoluto del cinema di quel tempo. Musso gli acquista una sceneggiatura, La vache sacrée. Il film non verrà realizzato ma Musso, allora direttore di una Casa cinematografica, Derby Films, è conquistato dalla sua foga giovanile e accetta di finanziare il suo esordio alla regia, ed infatti troveremo la Derby Films tra i coproduttori di Eve.

Francis Borghi interpreta Marco, il protagonista del film “Eve”

A Parigi FB realizza qualche lavoro e prepara adattazioni cinematografi che delle tragedie shakespeariane Amleto, Macbeth, Re Lear e di Paradis Artificiel di Baudelaire, scrive lo scenario e cede i diritti di alcuni brevi film: Anno 3000 di “ispirazione religiosa”, Harem Sans amour e L’homme en or. Ed è a Parigi che inizia a coltivare l’idea di dar vita ad un’industria cinematografica ticinese, «visto che i progetti presentati in quegli anni da stranieri non avevano avuto un seguito».

L’unico film “ticinese” indipendente prima di allora era stato L’alcova tragica, diretto nell’estate del 1916 dallo stravagante conte Edouard Micheroux De Dillon (un francese che viveva in Italia e frequentava la Svizzera) e distribuito dal luganese Alfredo Ernesti, commerciante di articoli elettrotecnici, che aveva rilevato gli atelier e lo stock “ticinese” della milanese Talia Film e fondato la Lugano Films, tentando di commercializzare quattro film prodotti da una Casa svizzero-tedesca, senza successo.

Con i mezzi acquistati dalla Talia, Ernesti girò qualche documentario (come il passaggio dei grandi feriti in Svizzera), ma la sua avventura si esaurì presto. Perché in Ticino si tornasse a produrre del cinema in modo indipendente, su un’idea e una sceneggiatura mature e con un’apertura nazionale e internazionale si dovette aspettare il 1939 e soprattutto il genio di Francis Borghi. Il quale non si basò su alcuna per quanto piccola tradizione locale ma progettò e portò a termine un’impresa realizzativa e produttiva originale e completa.

Aveva quindi ragione lo stesso Borghi nello scrivere che nemmeno le iniziative degli stranieri avevano avuto un seguito, in quanto dopo L’alcova tragica si erano avuti numerosi tentativi di realizzare lungometraggi con un grosso budget, puntando sui paesaggi ticinesi: produzioni svizzere, in particolare da Zurigo, e internazionali: germano-italo-svizzere. Tentativi che non erano approdati a nulla.

Franco Borghi (antifascista e liberale convinto, cambierà il nome in Francis, alla francese, durante il soggiorno parigino, come rifiuto di condividere il nome con il dittatore spagnolo) a Parigi vive uno straordinario apprendistato, si trova a collaborare con produzioni altamente professionali e con autentici maestri del cinema, ne ha la stima, frequenta alcuni dei maggiori set dell’epoca, sforna idee e copioni maturando un’esperienza molto vasta, che metterà a frutto prima con il cinema – appunto Eve e i progetti successivi – poi con la radio e infine la televisione.

La Locarno Films

Tornato da Parigi, ritrova il coetaneo e amico d’infanzia Virgilio Gilardoni, apre senza esitazioni la Locarno Films, un’impresa concepita su basi familiari, grazie in particolare al coinvolgimento della moglie Edith Stäheli e del padre Oreste, ma da subito con coinvolgimenti locali, nazionali e internazionali. Al punto da suscitare l’attenzione degli ambienti cinematografici anche d’oltre San Gottardo. Attenta all’avvenimento è naturalmente la cronaca locale. Puntuale Il Cittadino, foglio locarnese del luglio 1939: «Nella Casa Salvi in via Serafino Balestra, e precisamente negli ampi locali a pianterreno che si prestano egregiamente allo scopo, da oltre tre mesi è in piena funzione uno studio laboratorio cinematografico nel quale il giovane e già noto regista concittadino sig. Franco Borghi sta allestendo un film di sua creazione che, data la pratica acquistata presso una importante casa cinematografica, e data soprattutto la sua inclinazione, intelligenza e fermezza di propositi, riuscirà certo un’opera di valore».

Stesso tono su un altro foglio locarnese dell’epoca, Avanguardia: «Colla dovuta attrezzatura ed organizzazione, artisti, operatori, decoratori ecc. lavorano attorno ad un’opera che, ad ultimazione, e ciò sarà tra qualche mese, costituirà certamente, nel suo genere, un successo del quale sarà partecipe anche il nome di Locarno che apparirà sullo schermo di migliaia di sale cinematografiche».

Ma prima, il 22 maggio 1939 l’Agenzia di informazioni per la stampa Centraleuropa, che trasmette in italiano da Zurigo, informava dell’apertura di «uno studio cinematografico a Locarno», di una Società «intitolata Locarno Films, che ha per iscopo la produzione di film cinematografici a lungometraggio e documentari. Lo studio ben attrezzato e la possibilità di girare qualsiasi scena di esterni in Locarno e nelle vicinanze della città , sul lago, nelle valli di alta montagna ecc., faciliteranno il compito dei produttori». La notizia si concludeva precisando che questa è «la prima impresa del genere nella Svizzera Italiana e contribuirà a potenziare la cultura italiana nel Canton Ticino, che sente il bisogno di ottime produzioni nella lingua materna».

Poche settimane dopo, il 26 luglio 1939 a Zurigo il Tages Anzeiger annuncia «Ein neuer Schweizer Film»: un ampio articolo con due immagini del regista, autore della sceneggiatura e interprete Francis Borghi, e dell’attrice principale Claudie Farges, una stellina francese dell’epoca. La Tribune de Genève del 4 settembre 1940, anticipando di due mesi la “prima” di Eve a Ginevra, sotto il titolo Des studios au Tessin, ne scrive così : «I signori Franco Borghi, direttore generale, Virgilio Gilardoni, direttore artistico, e Louis Scossa, capo operatore, formano lo stato maggiore di una Casa dove, visibilmente, si lavora sotto il segno dell’amicizia e in un fecondo spirito di camerateria. Lo strumento, d’altra parte, è degno dell’operaio e gli studios locarnesi sono dotati di tutte le installazioni necessarie, non solo per la presa dell’immagine e del suono, ma anche per i doppiaggio e il sincrono».

Il Tages ma praticamente tutta la stampa svizzera salutano con un certo entusiasmo la nascita di una cinematografi a internazionale in Ticino. «La morale della storia, la bella morale, è che finalmente potrebbe nascere da noi l’industria del cinema», scrive la Tribune de Genève il 27 settembre 1940. Quel “da noi” è probabilmente da intendere in chiave “latina”, svizzero-italiana e romanda.

I giornali ticinesi dell’epoca, tra i quali in particolare Il Dovere e Gazzetta Ticinese, mettono l’accento sulla centralità locarnese dell’impresa. A parte il nome, Locarno Films, e il sostegno della Pro Locarno, Francis Borghi lavora a quest’impresa tra Locarno e Ascona con personaggi locarnesi: il pittore lucernese ma abitante a Locarno Oskar Bölt come scenografo, il bleniese d’origine Louis Scossa Baggi direttore della fotografi a, il M. Vincenzo Saputo (il cui padre dirige la musica cittadina) per le musiche; foxtrott e canzoni ticinesi sono interpretate dall’orchestra Allegri Ticinesi diretta da Ezio Pirinoli.

Tra gli assistenti alla regia abbiamo Werner Stäheli, cognato di Borghi. Tra gli attori, accanto allo stesso Borghi nel ruolo di Marco, il protagonista, appaiono Edoardo Oberisoli che lavorava a Radio Monteceneri, Louis Scossa, il fratello minore Sylvio Borghi, Ercole Gallina e André Mondini, onnipresente quando di mezzo c’è il cinema e, nel 1946, uno dei padri fondatori del Festival internazionale del film di Locarno.

A proposito di Festival viene spontaneo chiedersi: perché Locarno nel 1946 sarà in grado di organizzare velocissimamente, in due mesi, una prima dignitosissima edizione del Festival? La risposta è nei fatti, come precisato da Gilardoni nel suo saggio critico per i 40 anni del Festival: «a Locarno il cinema non lo si guardava solo nelle tre sale dei Cinema riuniti e dell’Oratorio, ma lo si faceva». La Locarno Films ed Eve ne sono la più consistente testimonianza.

In pratica Borghi con la Locarno Films opera in quell’ambiente e riunisce quelle entità sia fisiche, come André Mondini, che istituzionali come la Pro Locarno, che saranno nel 1946 alla base della nascita del Festival internazionale del film. Sarà proprio André Mondini, attore in Eve e amico di Borghi, proprietario delle tre sale cinematografi che di Locarno, a ricevere per telefono la notizia della bocciatura del referendum luganese sui lavori nel Parco Civico di Lugano per accogliere la Rassegna internazionale del cinema, a rilanciare presso Raimondo Rezzonico prima e poi da Riccardo Bolla, direttore dell’Ente turistico di Locarno, l’idea di “fare noi” un Festival del film.2 Eve (1800 mm/65 minuti, riprese maggio-dicembre 1939, interni a Locarno e Ascona, esterni a Locarno, Ascona, Deauville e Parigi) è un film con produzione (Locarno Films, Les Films Derby, Parigi, Jeff Musso) e distribuzione internazionali (SEFI, Società Espansione Films Italiani di Roma).

Realizzato in Ticino, montato da Fabio Boschi a Roma, è girato in francese (Borghi è profondamente antifascista, l’italiano gli ricordava i discorsi di Mussolini), viene presentato al Rialto di Locarno (12.9.1940), a Lugano, allo Studio Splendido (30.9.1940), e Ginevra, Studio 10 (21.11.1940). È la storia di due innamorati, di un amore impossibile. Marco Sandri, esteta e musicista, incontra Claudie a Parigi, si innamorano. Lei da un precedente legame ha un figlio, che si ammala e muore. Persuasa di aver sacrificato il figlio alla passione, Claudie interrompe la relazione, Marco fugge senza meta, lo ritroviamo in un’osteria ticinese, dove Plix, l’ubriacone del paese ma persona sensibile, lo consola, lo invita ad una festa di pescatori e lo aiuta a superare l’impasse amorosa senza tragedie, con il riso e il sogno.

«Cette unique intrusion tessinoise dans le cinéma des années 1930-40»– scrive Hervé Dumont nella monumentale Histoire du cinéma suisse – «est l’œuvre d’un rat de cinémathèque, le poète et auteur dramatique Franco Borghi. Alors que la production indigène ébranlée par les bruits de bottes mobilise à tue-tête les fils de Tell, les glaciers sublimes avec leurs chamois, l’Armée et la Croix-Rouge, Borghi a l’audace de dédier son film à la femme (dont “l’âme est comme le vent”), à la passion amoureuse et aux rêves que libère cette passion».[3]

L’accoglienza è prevedibile. Il grande pubblico si astiene – la pubblicità annuncia «un’opera d’avanguardia indirizzata ad un pubblico d’élite» – ma la stampa latina si profonde in complimenti. T ribune de Genève del 4.9.1940, scrive di «un ouvrage de valeur tel qu’on n’est pas accoutumé d’en rencontrer pour des débuts… Avec Eve, le cinéma devient l’art plastique au premier chef qu’il n’aurait jamais dû cesser d’être». Sempre in area francofona e italofona si mette l’accento sull’originalità dell’iniziativa, sul suo rifiuto del teatro filmato, sui dialoghi contenuti. «Il s’ensuit des images silencieuses, parfois belles et suggestives» (Journal de Genève 26.11.1940). Per Hervé Dumont «Borghi prévoit une sorte de poème cinématographique aux accents symbolistes et surréalistes dans la lignée des splendeurs muettes de L’Herbier et Gance». Ritorna perfettamente l’ “apprendistato” parigino.

Il boicottaggio svizzero-tedesco

A Zurigo il film di Borghi è proiettato solo in seduta privata. Questo «Eve ticinese, simbolista e surrealista, non piace a quanti tengono al nazionalismo puro e duro» scrive nell’opera citata Hervé Dumont, per il quale il film, «che detiene il record svizzero di baci sullo schermo, si situa agli antipodi del Fuciliere Wipf», film nazionale per eccellenza del tempo della mobilitazione, visto da oltre un milione di spettatori.

È dichiaratamente in netto contrasto con la produzione del tempo, ambientata tra ghiacciai sublimi con i camosci, il dovere per la Patria, l’armata e la Croce Rossa. Eve avrà un certo successo in Ticino e a Ginevra, dove in novembre passa allo Studio 10, una sala riservata al cinema sperimentale o d’autore. Nessuna distribuzione invece nella Svizzera tedesca. Sulla NZZ Carl Seelig deplora «l’assenza di ogni mentalità svizzera» e giudica la sceneggiatura «incredibilmente naïf, malsana e ampollosa».

La rivista Film suisse concorda rilevando il «clima torbido», il «rifiuto della realtà autentica» stigmatizzando la mancanza delle «particolarità folcloristiche tipicamente ticinesi». I distributori zurighesi lo boicottano, non vogliono nemmeno vederlo. «In verità non volevano che nascesse un’industria cinematografica ticinese. Preferivano curarsene di persona, imponendo l’immagine di un Ticino arretrato e folcloristico», indica Francis Borghi in uno dei reportage di Illustrazione Ticinese.

Dopo Eve, la Locarno Films sembra prendere il volo. Annuncia la produzione per il biennio successivo di alcuni lungometraggi. In testa Grütli, le poèmede la patrie di Virgilio Gilardoni con Jean Bard, direttore del Théatre Suisse Romande. Avrebbe dovuto seguire Dr. Alexis da cui Borghi trarrà alcuni anni più tardi una pièce radiofonica. Poi, ancora di Gilardoni, la leggenda nordafricana Goha le Simple e Le prince et son patron, «commedia moderna, alla René Clair». Solo quest’ultimo lavoro viene avviato da Borghi su una sceneggiatura in cui Gilardoni mostra con toni ironici come due mediocri artisti, uno scrittore e un attore, possano approfittare della credulità popolare insinuandosi nelle beghe politiche locali.

Il manifesto, per la verità alquanto enigmatico, del film “Eve”

Nel 1941 Borghi gira ad Ascona e parzialmente monta una ventina di minuti «con attori Jean Bard, André Mondini e altri appassionati che alcuni anni dopo, sarebbero stati i padrini del Festival» come indica sempre Virgilio Gilardoni nel volume Sei saggi critici edito dal Festival stesso nel 1987 per i suoi quarant’anni. L’attenzione, la passione di Borghi per il cinema continuerà a livello storico e teorico con alcune ricerche e approfondimenti in cui si scorge chiaramente l’in” usso decisivo degli anni parigini, di quello straordinario apprendistato che ispirerà l’intera sua attività futura, nei vari campi d’attività, compresa la pubblicistica e il giornalismo. Gli anni di Parigi sono stati la vera Università di Francis Borghi: diretta, pratica, concreta.

La radiofonia

Sciolta la Locarno Films, mentre Gilardoni cerca in tutti i modi di non lasciar morire quelle esperienze in cui era stato coinvolto dall’amico d’infanzia Borghi e di dar vita con scarsi risultati alla Ticino Films, ritroviamo ben presto Borghi a Radio Monteceneri. «Dalla fine degli anni ’40» – scrive Pierre Lepori – «è l’arrivo di una personalità appassionata parimenti di esoterismo e scienza, il giovane Francis Borghi, a dare nuovo slancio al genere radiodrammatico».[4]

Radio Monteceneri è all’avanguardia in Europa per quanto riguarda il radioteatro, grazie all’esperta e innovativa guida di Felice Filippini ai programmi culturali. Dall’ottobre 1950 propone la sua prima “Azione per il radiodramma”, che s’inscrive nel movimento di rilancio dell’arte radiofonica nel dopoguerra in molti paesi. Dalla fine del secondo con” itto mondiale le radio nazionali iniziano a credere più convintamente alle virtù creative della radiofonia.

In Inghilterra, ad esempio, poiché «il timore dei bombardamenti provocò la chiusura della maggior parte dei teatri e quindi la radio si trovò , di fatto, a svolgere il ruolo di teatro nazionale», ma lo stesso succede in Italia.

Questa prima esperienza radiofonica di Borghi – che lascerà dal 1958 agli anni ’70 l’ambiente radiofonico per lavorare nella pubblicità e nel giornalismo – bene riassume il rilancio di una scrittura specificamente intesa alle necessità del microfono. Anche qui si conferma un pioniere e soprattutto un innovatore, contribuendo in modo decisivo a dar vita ad un radioteatro moderno, d’avanguardia, di livello internazionale. È lecito arguire che questo specifico e importante apporto di Borghi sia figlio del soggiorno parigino, dell’esperienza su set tra i più importanti di quegli anni, dove anche il microfono, e l’atteggiamento verso il microfono (non più solo immobile a pochi cm dalle labbra) viene utilizzato in modo nuovo, in rapporto ai suoni, ai rumori, alle voci, ai testi e alle ambientazioni.

La radio di allora è terreno di sperimentazione, in particolare nella collaborazione tra settori radiofonici: compagnia di prosa, orchestra, coro. Borghi infonde un respiro cinematografico a copioni già articolati su vari piani spaziali e temporali. Curando un centinaio di regie e con una quarantina di lavori suoi, nei radiodrammi sfrutta ingegnosamente tutte le possibilità sonore offerte dal mezzo. Tra i maggiori successi si possono citare Invito al sogno (1949), Eterno femminino e I due re (1953), La città chimerica (1958), L’era della fotosintesi (1973), Una canzone a Parigi (1978), fino a Voci per un invito al sogno (1987).

Anche in quest’ultimo lavoro registrato con la compagnia dei radioattori e la regia di Franca Primavesi, si trova il tipico mondo introspettivo di Francis Borghi, che si pone nei panni di un filosofo, un novello Virgilio, che, accompagnato da una voce-angelo, intraprende un viaggio nelle speranze e nelle difficoltà umane.

Tutte queste pièces radiofoniche sono curate per la regia dell’autore, molte trasmesse non solo dalla radio di Lugano ma anche dalle stazioni radio di Sottens, Beromüster e dalla RAI. Due delle sue pièce più importanti vengono pubblicate: Alter-ego, in versione bilingue, dall’Alliance Culturelle Romande e La città chimerica dall’edizione luganese Il Roccolo di Eros Bellinelli, in una versione riveduta per il teatro. La documentazione relativa al teatro radiofonico attesta che con Borghi si innalza la qualità del lavoro della Compagnia di prosa, con protagonisti principalmente Franca Primavesi e Vittorio Ottino.

La Radio in quegli anni ebbe il merito di suscitare interessi imprevisti e di accostare le masse alla cultura, ai fatti dello spirito, come indica sempre Pierre Lepori nell’opera citata. Ora, se alla musica bastava di essere diffusa, la parola teatrale poteva, anzi doveva trovare un suo stile per essere un linguaggio veramente radiofonico; un linguaggio, cioè, che si avvalesse al cento per cento del mezzo a disposizione. In questo, e specificamente nel tradurre in voci e in comunicazioni il livello spirituale dell’opera (e qui il pensiero va al suo giovanile Teatro della poesia) il ruolo di Borghi alla Radio della Svizzera Italiana è stato fondamentale proprio nell’epoca in cui il teatro radiofonico ha conosciuto la sua migliore stagione.

La rilevanza dell’impegno in ambito radiofonico è ribadita dal fatto che Francis Borghi è stato anche il promotore di due importanti rassegne, con cui la nostra radio si interessa ad un teatro specificamente radiofonico. La prima è la citata Azione per il radiodramma (1950-51), con opere di autori ticinesi, svizzeri e internazionali tra i quali Friedrich Feld, François Maret, Jean Bard, Jean Grimaud, Alberto Guadalaxara, Roger Richard, Dante Raitieri ecc. Per sottolineare l’internazionalità della proposta (nonostante la fattura nostrana quasi interamente affidata a Borghi), le serate dell’Azione per il Radiodramma a Radio Monteceneri vengono suddivise per paese. Troviamo allora: Il ramo di fiori di ciliegio di Friedrich Feld (12 gennaio 1951, Inghilterra), Salone Ateniese di Maret (3 agosto 1951, Belgio), Casello 304 di Jean Bard (19 ottobre 1951,Francia), Le fanciulle di Bagdad di Friedrich Rosenfelder (6 luglio 1951, Germania). La seconda iniziativa consiste nella Rassegna internazionale del radiodramma (1975-76).

Coordinata da Vittorio Ottino, presenta alcuni dei capolavori del genere quali: Danger di Richard Hughes (proposta con il titolo Al buio, pericolo), Maremoto di Pierre Cusy e Gabriel Germinat, Operazione Vega di Friedrich Dürrenmatt, ed anche uno storico lavoro di Carlo Castelli e Guido Calgari, Mille non più mille (sorta di “guerra dei mondi” nostrana, risalente al 1936). Anche in questo caso Francis Borghi è instancabile nel collegare tra loro il versante locale e quello internazionale delle produzioni.

La Röda la gira, 1981-87

Diretta da Vittorio Barino e trasmessa a due riprese dall’allora RTSI e una dall’emittente privata, la serie ideata, scritta e fortemente voluta da Francis Borghi è stata molto vista e apprezzata dal pubblico, ma guardata con sospetto dalla critica ufficiale (a parte, devo dirlo il Giornale del Popolo, che con Giuseppe Biscossa prima e il sottoscritto poi, hanno seguito con una certa continuità il lavoro anche radiofonico di Borghi). Senonché, quasi a sorpresa, La Röda la gira s’è meritata l’attenzione del critico del Corriere della Sera Aldo Grasso, che ne ha tessuto le lodi in più direzioni, compreso il recupero del dialetto in una serie televisiva, in modo motivato e legato al territorio. «La Röda la gira» – scrive Aldo Grasso – «non è soltanto la risposta ticinese a Radici, Dallas o Dynasty, è qualcosa di più: un rito fondativo, un lavacro attraverso cui una comunità cerca di capire le radici delle proprie fortune, l’allentamento da antichi vincoli e, soprattutto, il passaggio da una cultura contadina agli anni del dopoguerra e della rinascita industriale, del boom e dei neo-ricchi, degli italiani che portano i soldi in Svizzera. Sia pure con molte ingenuità stilistiche e affrettate soluzioni narrative, La röda la gira è quello che poteva essere L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, se solo la Rai avesse deciso di serializzarlo, di trasformarlo in una grande epopea contadina (con ben altro esito espressivo ed impatto emotivo)».5

L’apprezzamento di Aldo Grasso giunge al punto da consigliare alla RAI di seguire il modello borghiano per quelle serie televisive che in effetti poi la RAI ha prodotto e continua a proporre con alti indici di ascolto, forse un po’ anche nella scia di Francis Borghi, anche qui pioniere e a modo suo innovatore.

Francis Borghi negli anni ’80, quando operava tra
giornalismo, teatro radiofonico e lo sceneggiato televisivo “La röda la gira”.

Tra storia ed estetica

Vorrei chiudere ricordando che Francis Borghi è stato anche uno studioso e teorico del cinema. Lo confermano due inediti, che sono parte del lascito acquisito dalla Biblioteca, citati per la prima volta nel 2007 in un mio articolo sul Giornale del Popolo: un dattiloscritto intitolato Universalità del cinema in cui tratta di estetica cinematografica, e una Piccola storia del linguaggio cinematografico, 59 fogli dattiloscritti con appunti a mano. Va dal “teatro ottico” di Emile Reynaud del 1888 ai sistemi ancora non perfetti del cinema a colori fino all’avvento della televisione che, scrive profeticamente, «avrà effetti simili a quelli provocati dall’avvento del sonoro […]. Forse si dovrà produrre dei film esclusivamente per la diffusione televisiva». I due lavori, senza data, sono stati scritti negli anni in cui Borghi più riflette sul cinema, ossia dopo l’esperienza della Locarno Films e di Eve, come si deduce anche dai nomi e dalle citazioni della Piccola storia. Sono due ulteriori conferme della determinazione di Borghi a ri” ettere sul cinema, contribuendo anche in questo modo e in misura notevole a consolidare quel gruppo e quella sensibilità che hanno creato le condizioni per la nascita del Festival internazionale del film a Locarno. Infine non va sottaciuta, nell’ambito della sua produzione in ambito giornalistico (ha diretto per un paio d’anni, primi anni ’70, il quotidiano Gazzetta Ticinese) e letterario, l’attività nell’ASSI, Associazione degli Scrittori della Svizzera Italiana.

In particolare nel giugno 1972 ha promosso e realizzato il numero unico Presenze, stampato in 41.500 copie, luogo di incontro di autori svizzeri e italiani, dedicato al tema Cultura-Nazionalismo.

[1] Riguardo a Gilardoni vedasi «Verbanus», 11-1990
[2] Cfr. D. AMBROSIONI, Locarno Città del cinema, Armando Dadò Editore, Locarno 1998.
[3] H. DUMONT, Une Eve tessinoise et surréaliste… qui déplaît aux tenants du nationalisme pur et dur, in Histoire du cinéma suisse, Cinémathèque suisse, 1987.
[4] P. LEPORI, Il teatro nella Svizzera Italiana (1932-1987), Casagrande, Bellinzona 2008.
[5] A. GRASSO, Il bel paese della TV, Edizioni Corriere della Sera, 1999.
[6] M. AGLIATI, ASSI, Quarant’anni di vita culturale. Storia e testimonianze, Tipografia Pedrazzini, Locarno

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